Vacanze al Cap d’Agde
Mademoiselle aveva deciso che l’estate sarebbe stata lunga.
Non una sessione.
Non un weekend.
Una formazione.
Il sottomesso era arrivato un lunedì mattina alla stazione di Agde, valigia in mano. Mademoiselle non l’aveva baciato. Non gli aveva sorriso. Gli aveva teso un guinzaglio e aspettato che si mettesse da solo il collare. Poi gli aveva bendato gli occhi, lo aveva fatto salire sul sedile posteriore e non aveva detto più una parola fino alla villa.
La casa era bianca, isolata, con una stanza sul fondo adibita a dungeon: croce di Sant’Andrea, gabbia bassa, punti di fissaggio, panca per le sculacciate, baule del materiale. Fin dalla prima ora Mademoiselle lo aveva messo nudo. Aveva chiuso la gabbia di castità. Aveva agganciato il guinzaglio a un anello vicino alla porta.
« Qui non sei più un uomo.
Sei quello che Io decido. »
Le regole erano semplici.
Dormiva per terra.
Non parlava se non invitato.
Mangiava dopo di Lei, a volte in ginocchio, a volte da una ciotola.
Curava la casa, i Suoi stivali, la Sua pelle, il Suo lattice.
La prima notte
La prima sera Mademoiselle lo aveva lasciato per ore in ginocchio in mezzo al soggiorno mentre Lei cenava. Verso mezzanotte lo aveva fatto strisciare fino alla camera.
Si era seduta sul bordo del letto, ancora in cuissardes, e aveva aperto le gambe.
« Lingua. Solo la lingua.
E non ti fermi finché Io non lo decido. »
Obbedì. A lungo. Quando la mascella cominciò a tremare, Lei posò il tacco sulla spalla e premette.
Poi lo legò al piede del letto, collare corto, polsi dietro la schiena, bavaglio. Spense la luce. Il resto della notte lui sentì il Suo respiro e, a tratti, un bicchiere. Verso le quattro Si alzò, lo prese piano con un dildo medio, senza una parola, e lo lasciò lì, aperto, legato, gabbia ancora chiusa.
All’alba lo fece pulire il dildo con la bocca.
L’amante
Il quarto giorno arrivò un uomo. Alto, rilassato, chiaramente invitato a prenderLa.
Il sottomesso aprì la porta in ginocchio. Prese le borse. Servì da bere. Mentre parlavano in terrazza restava al guinzaglio, nudo, ai loro piedi.
Più tardi Mademoiselle lo fece entrare in camera. L’amante era già in Lei. Guardò il sottomesso e disse:
« In ginocchio.
Guardi.
Poi lecchi quello che Io ti dirò di leccare. »
Guardò. Ascoltò. Quando Lei venne, lo afferrò per i capelli e gli premette il viso tra le cosce.
« Pulisci. »
Poi l’amante si ritirò. Ordinò al sottomesso di aprire la bocca. Dovette inghiottire. La gabbia restava chiusa. Il sesso batteva inutile contro il metallo.
Più tardi nella notte lo fece inginocchiare sul bordo del letto mentre l’amante La prendeva di nuovo. A un certo punto afferrò il collare e lo costrinse a leccare i coglioni dell’uomo mentre quello La scopava.
« Sei qui anche per questo. »
Quando finirono, lo rimandò in gabbia.
La seconda dominatrice
Una settimana dopo arrivò un’altra donna. Più anziana, più secca, amica di lunga data. Guardò il sottomesso una sola volta e disse:
« È ancora troppo orgoglioso.
Sistemiamo. »
Lo lavorarono in due.
Una lo teneva al guinzaglio mentre l’altra gli infliggeva una sculacciata lunga e metodica col martinet, finché le natiche non furono uniformemente rosse e brucianti. Poi lo misero sulla croce. Pinze sui capezzoli. Pesi. Un plug largo infilato e tenuto da una cinghia.
Mademoiselle si sistemò di fronte a lui.
« Lecchi.
Senza fermarti.
Se ti fermi, lei colpisce. »
La seconda dominatrice si mise dietro, frustino in mano. Ogni volta che la lingua rallentava, una striscia di fuoco cadeva su natiche o parte posteriore delle cosce. Leccò a lungo. La mascella tremava. I pesi tiravano i capezzoli.
Quando Mademoiselle venne, non gli permise di fermarsi subito. Lo tenne ancora minuti, il viso premuto contro di Lei.
Poi lo misero a quattro zampe. La seconda dominatrice si inginocchiò dietro di lui e lo prese di colpo con un dildo più grosso. Mademoiselle si sedette davanti al viso.
« Apri. »
Aprì la bocca. Gli sputò dentro. Poi posò il tacco sulla nuca mentre l’altra continuava a prenderlo.
Quando la seconda dominatrice ebbe finito, pulì il dildo sulla sua guancia.
« Ringrazi. »
Ringraziò.
Verso le tre del mattino lo tirarono fuori dalla gabbia. La seconda dominatrice si sedette sul suo viso.
« Respiri solo quando lo permetto. »
Mademoiselle si inginocchiò tra le sue gambe e cominciò a colpire i coglioni con la mano, piano, preciso. Di tanto in tanto posava solo il piede sulla gabbia di castità.
Continuarono gran parte della notte. Bocca, culo, schiaffi, pinze, silenzio. All’alba lo rimandarono in gabbia.
Mademoiselle si chinò un’ultima volta:
« Hai retto.
Vedremo oggi se continui a reggere. »
La corsa da pony
L’ultima sera della seconda settimana Mademoiselle decise che la prova avrebbe avuto luogo.
Fuori.
Sul sentiero di terra lungo le dune.
Due o tre persone erano state avvisate.
Lo prepararono in casa. Imbracatura da pony stretta. Coda lunga infilata a fondo. Morso. Redini. Polsi legati dietro la schiena. La gabbia sempre chiusa.
Mademoiselle indossava le cuissardes e teneva il frustino. La seconda dominatrice era lì, braccia conserte.
Lo fecero uscire a quattro zampe fino al sentiero. Una volta fuori, Lei lo fece rialzare quel tanto che bastava per tirare. Si sistemò sul sulky.
« Corri.
Non ti fermi.
Non parli.
Se rallenti, colpisco.
Se cadi, ti rialzi e vai avanti. »
Fece schioccare il frustino sulla coscia.
Cominciò ad avanzare.
I primi minuti erano sopportabili. Poi il respiro bruciò. Le cinghie entravano nella pelle. La coda si muoveva a ogni passo. La gabbia batteva contro le cosce.
Lo guidava con le redini. A volte lasciava cadere il frustino, secco, preciso.
« Più veloce. »
Accelerò.
A metà percorso le gambe cominciarono a tremare. Rallentò suo malgrado. Il frustino cadde più forte.
« Non ho detto di rallentare. »
Si costrinse.
Il sentiero non era lungo, ma lo divenne. Verso la fine ogni passo costava. La saliva colava intorno al morso. Le spalle bruciavano.
Quando raggiunse il punto fissato, tirò le redini.
« Stop. »
Si fermò, piegato in due, ansimante. Lei scese senza fretta, gli girò intorno, posò un piede sulla spalla e lo fece cadere a terra.
Piantò il tacco della cuissarde tra le scapole.
« Hai finito la distanza.
Non hai mollato.
Va bene. »
Non lo slegò subito. Lo lasciò così diversi minuti, sotto lo sguardo degli altri, la coda ancora dentro, la gabbia ancora chiusa, il morso ancora in bocca.
Poi tolse il morso.
« Ringrazi. »
« Grazie, Mademoiselle. »
Tirò il guinzaglio per costringerlo a strisciare un po’ più in là.
« Domani si ricomincia con altro.
L’estate non è finita. »
Strisciò.
L’imbracatura sfregava.
La coda si muoveva ancora.
Le gambe tremavano.
Dietro di lui le due dominatrici chiacchieravano calme, come se non fosse successo nulla.
Vacanze al Cap d’Agde
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