Al Cap d’Agde
L’avevo fatto venire fino al Cap d’Agde.
Non nel Mio dungeon. Non in un luogo protetto.
In un negozio. Paradise Boutik.
Corridoi stretti. Odore di pelle, di lattice, di plastica nuova. Musica discreta. Qualche cliente in lontananza.
Mi aspettava davanti all’ingresso, come convenuto.
Quando sono arrivata, si è fatto avanti e Mi ha baciato la mano. Sguardo basso.
Non ho detto niente. Sono entrata. Mi ha seguito.
A ogni scaffale, un ordine. Fermarsi. Aspettare. Toccare solo ciò che indicavo.
Camminavo davanti. Lui dietro, alla distanza esatta che avevo fissato.
Davanti a uno scaffale di stivali Mi sono fermata.
Ho passato un dito su un paio di cuissardes nere.
Poi ho indicato un oggetto più in là.
« Quello. »
L’ha preso. L’ha portato alla cassa come si porta una sentenza. Ha pagato. Senza discutere.
Nessuno è intervenuto. Tutti hanno capito, o hanno preferito non capire.
Fuori la luce era più dura. Mi sono girata verso di lui.
« Adesso sai dov’è il tuo posto. »
Siamo ripartiti in silenzio.
Direzione Hotel Eve. Una suite per Me. Una camera per lui.
Una volta dentro, Mi ha teso la busta. L’ho presa.
« Nudo. »
Ha obbedito. L’oggetto comprato era già sul tavolo.
L’ho fatto inginocchiare. Casquette calata. Lattice lucido.
Mi sono presa il Mio tempo. Poi l’ho usato. Piano. Con precisione.
Ogni ordine, breve. Ogni gesto, calcolato.
Esisteva solo per eseguire.
Quando ho deciso che era finita, Mi sono semplicemente alzata.
Quel giorno il negozio era stato solo un prolungamento.
Il vero controllo si era giocato nel silenzio, tra gli scaffali, poi nella Mia suite.
Preludio alla serata al Clair Obscur.
Al Cap d’Agde
Per approfondire: Le mie esperienze · Dungeon · Le mie regole · Le mie pratiche